22/08/21

Modernità, valori, universalismo (Mordacci, De Monticelli)

“La libertà per le donne afghane e iraniane non è una cosa occidentale”, dice Azar Nafisi (autrice di Leggere Lolita a Teheran, 2003) oggi sul Corriere della Sera. Le fa eco Dacia Maraini, con un coraggiosissimo editoriale sullo stesso giornale: “A questo punto è assurdo continuare a parlare di valori occidentali. Quasi che la libertà sia una invenzione dei ricchi bianchi, mentre i popoli poveri amano e reclamano il totalitarismo, il ritorno alle pene corporali tipiche del medioevo (taglio della mano, escissione, lapidazione, taglio della testa, frustate, ecc). Dovremmo una volta per tutte riconoscere e asserire che i diritti civili, ovvero la libertà di parola, di pensiero, di movimento, non sono valori occidentali, ma universali.” Entrambe commentano la crescente reazione - in proteste di piazza, a viso scoperto, con le bandiere in mano - del popolo afghano, e in particolare delle donne, contro il regime talebano, i suoi rastrellamenti, le sue brutali esecuzioni. Queste persone, queste donne, mostrano un coraggio che non si può spiegare con una presunta acquiescenza a “valori occidentali”. 

Questo sia detto tanto per i relativisti postmoderni quanto per i nostalgici di un’inesistente unità culturale europea premoderna. Mi rendo conto che questo momento storico richiede più di ogni altro di chiarire davvero il senso delle libertà guadagnate in secoli di pensiero, di conflitto, di lotta, nonostante tutte le contraddizioni (nessuna idea si afferma nella storia senza contraddizione). L’idea di giustizia che si è fatta strada nel mondo è un portato della modernità, che non è un fenomeno solo occidentale. La modernità è un fenomeno globale: è un modo di pensare la realtà, il rapporto con la religione, la relazione fra i sessi, il diritto al lavoro e alla solidarietà, è una prassi politica, giuridica, morale. La totalità delle culture ha attraversato o attraversa il proprio moderno, configurando modernità diverse, ma analoghe nel ruolo che in esse svolgono la dignità personale, la libertà individuale, l’eguaglianza, la solidarietà. Ho già scritto qui che la lezione afghana è che è i diritti non viaggiano con le armi (è qui, per inciso, che mi dissocio totalmente dall’ultimo capoverso dell’editoriale - per il resto condivisibile - di Ernesto Galli della Loggia di ieri). Viaggiano invece proprio con le parole di Azar Nafisi e Dacia Maraini, con l’infinito coraggio che mostrano le donne afghane e non solo loro. Ogni cultura sviluppa il proprio moderno: è questo che bisogna incontrare, ascoltare e sostenere, invece di limitarsi a occupare un suolo per vent’anni. L’errore più grande della coalizione occidentale in Afghanistan (c’eravamo anche noi) è di non essere stati abbastanza moderni.

Roberto Mordacci, direttore Reasons for Europe, Preside della Facoltà di Filosofia UniSR

Riprendiamo qui anche l'intervento di Roberta De Monticelli apparso su Domani (20 agosto) dal titolo I diritti umani sono universali e non un’imposizione dell’occidente:

“L’orrore! L’orrore!” – Le ha trovate bene, Raffaele Alberto Ventura (Domani, 18 agosto), le parole per commentare gli eventi di questi giorni, la fuga dei funzionari americani ed europei dalla terra devastata dell’Afghanistan, il caos, la disperazione dei molti cooperanti locali abbandonati all’arbitrio vendicativo dei nuovi signori del paese. Perché chiunque le abbia lette le ha pensate riferite a questo scenario, anche se dopo il doveroso aggancio all’attualità la riflessione di Ventura prosegue sul filo di una presentazione della nuova edizione del poema di Thomas Stearns Eliot, La terra devastata (The Waste Land, 1922), a cura di Carmen Gallo (Il Saggiatore). Quelle che aprono l’articolo erano le ultime parole di Kurtz, alla fine di Cuore di tenebra di Joseph Conrad: che, ci ricorda Ventura, “sono l’epitaffio di un secolo d’ottimismo: aperto nel 1789 con la promessa rivoluzionaria di un trionfo della ragione e del progresso, nel 1899 si chiude simbolicamente con la denuncia dei crimini coloniali di quella stessa ragione, di quello stesso progresso. L’orrore provato dal mercante di avorio è quello dell’uomo civilizzato che nel profondo del Congo belga riconosce la barbarie occultata dietro i nostri fragili principi”. Ha ragione Ventura a evocare quel grido d’orrore. Ha ragione ad approvare la nuova traduzione del poema eliotiano: certo, “devastata”, la terra, non semplicemente “desolata”. La volontà umana c’entra eccome con questo orrore che perfino la mia memoria custodisce fin dagli anni dell’adolescenza, e un frammento eliotiano – non so, non voglio verificare ora – risale color di cenere insieme alle parole strozzate di Kurtz – “Dead mountain mouth with carious teeth that cannot spit…”- morta bocca di montagna dai denti cariati che non può sputare”. Che neppure ci può più risputare in faccia “tutta la sporcizia, la nostra sporcizia, che abbiamo gettato in faccia all’umanità”: queste invece sono parole di Claude Lévi-Strauss, quelle che seguono l’incipit folgorante di Tristi Tropici (1955): “Odio i viaggi e gli esploratori”. Perché è questa sporcizia, tutto quello che è rimasto da vedere agli esploratori dei paesi esotici. Questa “prodigiosa quantità di malefici prodotti di scarto che ora inquinano la terra”, dall’eliminazione dei quali “dipendono l’ordine e l’armonia dell’Occidente”. 

 Ha ragione Ventura a scrivere che “la catastrofe della modernità lascia una terra devastata”, ma ha torto, torto marcio a confondere i crimini coloniali e la ragione, peggio, ad attribuire alla ragione i crimini coloniali, e gli altri più recenti. Ma non è il solo che sbaglia: anzi è nel mainstream dell’intelletto contemporaneo, che nel suo caso, purtroppo, non sai se sia miglior scrittore o peggior pensatore, ed è questa tremenda combinazione di bravura e irrazionalità, di bellezza e controsenso che rende tanto pericoloso – veramente devastante, oserei dire – questo mainstream. E non sto parlando di qualche intellettuale alla moda. Lo stesso Lévi-Strauss gli darebbe pienamente ragione (gliela dà virtualmente da tre quarti di secolo) quando pensa che l’universalismo etico, giuridico, politico – diciamo, la filosofia dei diritti umani – altro non sia che la pretesa di una particolare civiltà – “la nostra” – di incarnare valori universali. Altri, molti altri, da Heidegger a Carl Schmitt, dagli eredi dell’antropologia culturale francese ai filosofi postmoderni a quelli post-coloniali hanno visto dietro questa “pretesa di universalismo”, iscritta sulle bandiere dei Lumi, del progresso, della dignità, della libertà, della solidarietà, della giustizia – solo la forza bruta dei cannoni nascosti da queste bandiere, o la volontà di potenza dei vincitori, o peggio la macchinazione universale della tecnica, della finanza, dell’Occidente e del suo destino, infine autodistruttivo. Preconizzato del resto fin dagli inizi del secolo scorso – in quel mediocre bestseller globale che fu Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler. Eccola, la terra devastata. “Nietzsche non aveva filosofato invano”. “L’orrore si era semplicemente levato la maschera del progresso: si era passati dalla padella illuminista alla brace fascista”. Così scrive Ventura, e questa tesi fascinosamente correda di richiami a Pound, a Joyce, al Thomas Mann delle Considerazioni di un impolitico – che peraltro si era amaramente pentito dei suoi umori antiliberali e delle sue ironie romantiche sulla civiltà democratica, e già all’epoca della Montagna incantata, prima della catastrofe tedesca. Il fascino resta, però. Questo per dire quanto impari siano le armi, mentre suggerisco che connubio di illogicità e bellezza è la cifra della sofistica quando combatte con la filosofia, povera e nuda. Qui però non è in questione la filosofia, ma quel suo cuore che è anche il cuore di ogni responsabilità e buona volontà in terra, perché è l’etica del pensiero, anche quello che guida il nostro agire: la logica.

Per leggere l'articolo intero cliccare qui

Nessun commento:

Posta un commento