05/07/21

LGBT+ e geopolitica: l’atlantismo dei diritti

DI ALESSIO SALVIATO*

Il mese di giugno è stato un mese caldo per due ragioni: il viaggio di Biden in Europa e le manifestazioni in tutto il mondo per celebrare il “gay pride”. C’è un filo sottile che lega questi due eventi e chiede di essere dipanato, seppur brevemente, per argomentare contro i critici dell’atlantismo rinnovato o contro chi vorrebbe svincolarsi definitivamente dal patto atlantico. La cartina qui sotto mostra la situazione mondiale e aggiornata sui diritti della comunità LGBT+, sulla base di diversi fattori, tra cui diritti umani e civili quali: il matrimonio egualitario o altri tipi di unioni, l’omogenitorialità, leggi contro i crimini d’odio, riconoscimento del transessualismo, possibilità di adozione, etc. 

Tutele e riconoscimenti legali per coppie omosessuali

     Matrimonio egualitario

     Altri tipi di unioni civili (o coabitazioni registrate)

     Riconoscimento dei matrimoni celebrati all'estero

     Riconosciuti i matrimoni omosessuali negli altri stati, ma limitato

     Nessun riconoscimento per le coppie di persone dello stesso sesso

Pratiche omosessuali illegali o altre restrizioni

     La legge limita la libertà di espressione e associazione

     Punizione minima, non applicata in pratica

     Illecito penale

     Imprigionamento a vita (condanna all'ergastolo)

     Pena di morte



In 72 Stati del mondo essere omosessuali è considerato un crimine. In Mauritania, Sudan, Iran, Yemen e Arabia Saudita, l’omosessualità è punita con la pena di morte; in altri 10 Stati tra Africa ed Asia è previsto il carcere da un minimo di 14 anni fino all’ergastolo, mentre negli altri 55 Stati il limite massimo è fissato a 14 anni. Nelle due superpotenze, Russia e Cina, l’omosessualità non costituisce un reato ma esistono limitazioni e restrizioni diffuse. In Russia i “gay pride” sono vietati per leggi, non sono ammessi matrimoni omosessuali o unioni civili, vige il divieto di informare o discutere di temi LGBT+ nelle scuole. Nella Cina di Xi Jinping i censori cinesi, sotto il diretto controllo del Consiglio di Stato, intervengono tagliando nei film scene di rapporti sessuali “anormali” e oscurando temi scomodi sui social media. Dopo la Rivoluzione culturale, l’omosessualità è marcata come qualcosa di immorale e l’obiettivo del Partito Comunista è proteggere le nuove generazioni dalle influenze occidentali che tendono a ribaltare i canoni di genere. In 90 centri del Paese sono ancora in uso le terapie di conversione per il passaggio all’eterosessualità, conseguite con elettroshock ai genitali e somministrazione di droghe che inducono alla nausea durante la visione di film pornografici gay. L’altra faccia di questa cartina racconta che esiste una porzione di mondo dove, nonostante resistenze interne, ingerenze di gruppi religiosi, movimenti conservatori, i diritti LGBT+ – o perlomeno alcuni di questi – sono rispettati e tutelati. È la prova, contro ogni narrativa che vede l’Occidente nel suo declino, che un’Occidente esiste ancora e continua, seppur con difficoltà, a proteggere il più alto prodotto della sua cultura: la libertà. 

Ecco perché i rapporti ritrovati tra Stati Uniti ed Europa occidentale, l’appello di Biden a riunire gli alleati, il ritorno dell’America sulla scena internazionale per contrastare le aspirazioni russe e cinesi, sono passaggi che possono essere letti anche attraverso la lente dei diritti umani e civili: un’alleanza rinnovata per tutelare il rispetto delle diversità e la libertà d’espressione. 
Del resto, la cultura europea e quella americana affondano le proprie radici nello stesso sistema di valori, quello del riconoscimento delle libertà e dei diritti fondamentali. Ed è proprio negli Stati Uniti che la lunga marcia per i diritti LGBT+ ha avuto inizio, con i moti di Stonewall, quando nel 1969 un gruppo di omosessuali e transessuali si scontrò con la polizia in un bar di New York. Solo trent’anni dopo, nel 1990, l’OMS ha eliminato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. Una ferita ancora aperta, come quella dei campi di concentramento, dove assieme a ebrei, zingari e rom, furono deportati circa 100.000 omosessuali. Aperta perché pertiene all’inconscio collettivo di una comunità e riemerge ciclicamente sugli echi di certi discorsi o di certi fatti, come l’approvazione della nuova legge anti-LGBT nell’Ungheria di Orban o i 30 distretti polacchi “LGBT-free”. 

Di fatto, seppur riconoscendo la rilevanza strategica del multilateralismo dei rapporti commerciali, politici e diplomatici con Cina e Russia, la longa manus americana in Europa appare come una potente alleata contro le minacce alla libertà che muovono da Est, agli occhi di una minoranza costantemente sotto attacco, sin troppo consapevole della precarietà delle conquiste civili e della forza distruttiva del fatto sul valore (historia magistra vitae). 

Una minoranza che sa bene che non sono sufficienti i diritti tutelati dalle leggi, sempre rivedibili, ma che è essenziale impegnarsi a costruire una società fondata sulla tolleranza, il rispetto, l’inclusione delle diversità; un lavoro culturale e spirituale sempre attivo in cui sia coinvolta tutta la comunità internazionale, con l’Europa chiamata a giocare un ruolo di leadership. 


Dottorando di ricerca, Università Vita Salute San Raffaele - IRCECP

Riferimenti


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