07/04/21

L'Europa ha bisogno di un proprio modello di digitalizzazione (di Julian Nida-Rümelin)

Julian Nida-Rümelin 
Articolo apparso su Tagesspiegel il 24.03.2021. Traduzione di Alessandro Volpe

L'UE ha la soluzione in mano. La più grande economia del mondo, insieme agli Stati Uniti, ha le capacità digitali e il potere economico per sviluppare un programma di trasformazione digitale che può stabilire degli standard e dare agli Stati membri europei una spinta all'innovazione, di cui questa regione del mondo afflitta dalla pandemia ha disperatamente bisogno. Se i segnali non ingannano, l'Unione Europea è sulla soglia di una nuova fase della politica digitale. 

Il tempo delle belle dichiarazioni, delle buone intenzioni e dei lodevoli sentimenti umanisti sta finendo e comincia la fase dell'attuazione pratica. Le dichiarazioni parlano di intelligenza artificiale centrata sull'uomo, di infrastrutture digitali, ma anche della trasformazione digitale a beneficio di tutti, mettendo le persone al primo posto. Questo traccerà un percorso europeo che segna un'alternativa sia al modello della Silicon Valley guidato dal commercio che alla strategia di digitalizzazione controllata dallo Stato cinese. Tuttavia, perché questo percorso prenda una forma concreta, ci sono una serie di questioni da affrontare e azioni da intraprendere. 

 I "nuclei produttivi" sono lenti a digitalizzarsi 

La trasformazione digitale degli ultimi anni nella terza fase della digitalizzazione non è stata accompagnata da un aumento della produttività e della crescita, anche in paesi avanzati nello sviluppo tecnologico e nello sviluppo economico, come gli Stati Uniti. Ho l'impressione che questa anomalia venga discussa solo privatamente. Eppure è un motivo di grande preoccupazione. I grandi progressi tecnologici del passato sono sempre stati accompagnati da enormi progressi nella produttività e nella produzione economica, come l'eminente storico economico Robert Gordon ha dimostrato in modo impressionante. 

Perché non è stato così finora? Ai miei occhi, la risposta è ovvia: i principali campi di applicazione riguardano la semplificazione della vita quotidiana e la forma di comunicazione. La digitalizzazione, invece, procede lentamente nei nuclei produttivi [Produktive Kerne]. Questo vale anche per l'economia altamente produttiva, per lo più di medie dimensioni e orientata alla tecnologia, della Germania. Il ruolo di primo piano, soprattutto degli Hidden Champions, sarà mantenuto solo se le aziende rinunceranno alle loro riserve su una trasformazione digitale. L'Europa potrebbe superare gli Stati Uniti in questo senso, poiché la tecnologia e le competenze ingegneristiche sono significativamente più sviluppate, almeno nella Mitteleuropa, che negli Stati Uniti. 

L'Europa ha bisogno di un proprio modello di digitalizzazione 

La questione è se la tendenza alla platformizzazione dell'economia sia anche il modello appropriato per l'Europa. Gli effetti secondari qui sono più di perdita che negli Stati Uniti. Se l'industria tradizionale dei taxi viene soppiantata da Uber, i clienti lo sentiranno in maniera più acuta. Se i centri storici delle metropoli europee vengono trasformati in enormi hotel da Airbnb, le perdite culturali saranno più evidenti che negli Stati Uniti. Se la tendenza agli ordini online, esplosa durante la crisi pandemica continua, colpirà duramente il commercio al dettaglio in Europa e desolerà i centri cittadini, come si è visto nelle metropoli statunitensi. C'è ormai consenso sul fatto che la comunicazione sui social media non sia solo benefica. È chiaramente anche legata all'erosione della cultura civica senza la quale le democrazie non sono vitali [lebensfähig]. 

L'Unione Europea avrà il coraggio e la coerenza di contrastare la crescita incontrollata della comunicazione digitale privatizzata e senza-responsabilità [verantwortungsbefreiten] con un'infrastruttura di comunicazione digitale sotto la responsabilità del diritto pubblico? Chiunque pensi che questo sia impossibile, visto il ruolo dei provider consolidati, si sbaglia. Il modello di business dei provider di social media dipende dalla disponibilità arbitraria dei dati degli utenti e dal loro utilizzo per scopi di marketing. Nello spazio europeo di giustizia, le regole potrebbero garantire che questo non continui, che i trucchi che si stanno facendo con i dati più personali e intimi debbano essere fermati. Questo aprirebbe i mercati e creerebbe opportunità per nuovi provider europei. 

L'umanesimo digitale come forza guida 

L'alta qualità dell'educazione tecnica, l'alto livello di conoscenza matematica e scientifica, l'alta densità di istituzioni scientifiche e tecniche e la considerevole diversità di aziende attive in questo campo suggeriscono che una trasformazione digitale in Europa orientata alla prosperità economica e all'umanità basata sulla cultura è promettente. Questo non è possibile con l'autorità della politica [Oktroi der Politik], ma solo coinvolgendo tutti gli attori. 

La regolamentazione è sempre e solo un palliativo, a cui ricorrere quando la motivazione intrinseca e l'etica degli attori sono insufficienti. Pertanto, è necessaria la consapevolezza etica, specialmente degli ingegneri del software, degli sviluppatori e dei manager, e l'implementazione della deliberazione etica nella moderna pratica di management agile. 

Quello che io chiamo umanesimo digitale mira a rafforzare, piuttosto che ad indebolire, la responsabilità e l'autorialità [Autorschaft] degli esseri umani nella trasformazione digitale, ad utilizzare gli strumenti digitali come un supporto piuttosto che come una minaccia alla creatività e alla performance umana, e quindi a contrastare sia la meccanizzazione degli umani che l'umanizzazione [Vermenschlichung] delle macchine. Questo nuovo umanesimo potrebbe orientare il cammino europeo.


Julian Nida-Rümelin è un filosofo e politologo tedesco. Dal 2004 insegna filosofia e teoria politica alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera.  È direttore del Bavarian Research Institute for Digital Transformation (bidt) e coordina il progetto "Ethics in Agile Software Development" insieme al co-direttore Alexander Pretschner. Con Nathalie Weidenfeld, è autore del libro Digital Humanism: An Ethics for the Age of Artificial Intelligence (Piper, 2018).

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