11/03/21

Vaccini e capitalismo politico: quale futuro per l’Europa?

DI ALESSIO SALVIATO (Ph.D. Student, Università Vita-Salute San Raffaele; IRCECP)

Il piano vaccinale e l’Europa divisa 

Il 19 gennaio 2021 la Commissione Europea dichiarava gli obiettivi del suo piano vaccinale: entro la fine di marzo l’80% degli anziani over 80 sarebbe stato vaccinato, e per la fine dell’estate almeno il 70% della popolazione di ciascun Paese membro avrebbe ricevuto la seconda dose. Un piano senz’altro ambizioso, cifra della volontà confederale di agire uniti e con risolutezza per superare la pandemia e risollevare i paesi colpiti dalla più grave crisi economico-sociale dopo il crollo finanziario del 2007. L’imperativo pragmatico è il seguente: se agiamo assieme e manteniamo un approccio comune, siamo contrattualmente più forti e ciascun Paese ne trarrà maggior vantaggio. L’approvvigionamento delle dosi di vaccino viene quindi regolamentato all’interno degli accordi che nel 2020 la Commissione contrae direttamente con le multinazionali – AstraZeneca, Pfizer e Moderna -, definendo in anticipo i termini contrattuali su acquisto e distribuzione delle dosi. L’accordo prevede 2 miliardi di dosi circa già acquistate o opzionate prima della loro produzione, a un prezzo vantaggioso (la metà rispetto a quanto pagato dagli Stati Uniti), da far arrivare nel primo trimestre e poi distribuire internamente, evitando che i paesi UE più piccoli e con minore forza contrattuale rimangano indietro. 

Ad oggi, tuttavia, le dosi consegnate sono solo 43 milioni e nelle scorse settimane sia AstraZeneca che Pfizer hanno annunciato tagli importanti alle consegne in Europa per il primo trimestre, giustificandosi sulla base delle clausole contrattuali – peraltro mai rese pubbliche [1]. Bruxelles ha accusato AstraZeneca di aver privilegiato i rifornimenti al Regno Unito e Pascal Soriot, CEO della multinazionale, si è difeso sostenendo che “il vaccino è stato sviluppato in collaborazione tra il governo britannico, Oxford e AstraZeneca”. A parlare attraverso la voce di Soriot è il capitalismo politico, di cui diremo tra poco. Clausole poco trasparenti e accordi privilegiati a parte, rimane il fatto che il piano previsto dalla Commissione rischia di vacillare e sono diversi i Paesi che hanno deciso di agire non solo per proprio conto ma anche contro l’orizzonte istituzionale, scientifico e geopolitico entro cui si muove l’Unione Europea.

A gennaio l’Ungheria ha stretto un accordo con la cinese Sinopharm per l’acquisto di un milione di dosi e il 2 marzo il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, pur riconoscendo la “correttezza di una politica europea di approvvigionamento comune dei vaccini”, ha dichiarato che d’ora in poi l’Austria – seguita dalla Danimarca - produrrà vaccini anche con Israele. Vienna, assieme a Ungheria e Slovacchia, aveva già stretto accordi con la Russia per le forniture dello Sputnik V, vaccino non ancora approvato – al pari di quello cinese – dall’EMA (Agenzia Europea del Farmaco). Nel frattempo, i governi di Danimarca, Estonia, Finlandia, Lituania, Lettonia e Svezia hanno fatto recapitare una lettera congiunta alla Commissione nella quale parlano di una situazione “inaccettabile”, che mina “la credibilità del processo di vaccinazione”. Ad aggravare la situazione si aggiungono due considerazioni: le multinazionali del vaccino sono state sovvenzionate dall’Unione con miliardi di fondi pubblici e, secondo gli esperti, da gennaio circa un terzo dei composti realizzati in Europa è stato esportato fuori dall’Unione (in 30 paesi diversi, tra cui Canada e Messico), con il via libera di governi e istituzioni. 

D’altra parte, negli Stati Uniti, in Israele e Regno Unito la vaccinazione procede speditamente e le dosi non scarseggiano: i governi di questi Paesi hanno preso decisioni di acquisto più rapide e meno attente ai prezzi e sono riusciti ad acquisire forniture in anticipo, evitando o minimizzando i ritardi nelle consegne.

Al netto di ciò, ci si chiede se la Commissione non avesse potuto agire diversamente. Dovevamo forse impedire che una buona parte delle dosi di vaccino uscisse dall’Europa? Siamo sicuri che fossero i prezzi bassi e non la rapidità nella somministrazione l’obiettivo da porsi? Possibile che l’Unione Europea rischi di fallire nel garantire un bene pubblico così prezioso ai suoi cittadini? Si possono fornire diverse ragioni, tra cui la complessità nel prendere decisioni tra 27 paesi diversi; ma la risposta che si intende dare qui sta nella maniera di concepire i rapporti tra Stato e imprese per raggiungere obiettivi straordinari di interesse comune. La lente attraverso la quale si debbono comprendere le ragioni strutturali che distinguono l’Europa dai Paesi “vincitori” (compresi Russia e Cina) è quella del capitalismo politico o orientato politicamente, una forma specifica di capitalismo cui Stati Uniti e Cina – seppur in varianti opposte – sono già sopraggiunte e che Alessandro Aresu suggerisce quale sua destinazione ultima, compimento finale, eschaton


Il capitalismo politico e il futuro dell’Europa 

 Ma cosa si intende per capitalismo politico? Per Weber, si dà capitalismo politico quando si verifica una combinazione tra burocrazia statale e sistema economico, ovvero l’intima compenetrazione di politica ed economia all’interno di un “tutt’uno organico”, che, nei sistemi autoritari, si concretizza in un articolato Partito-Stato, e nei sistemi democratici nella pervasività delle burocrazie statali negli affari privati e nelle libertà economiche. Capitalismo politico significa sfruttare commercio, finanza, tecnologie e aziende tecnologiche per vantaggi politici e geopolitici - “defence is much more important than opulence”, ammoniva Smith - e costruire un forte nesso tra la regolazione degli Stati e la libera iniziativa privata nell’interesse dei primi. Ereditando la lezione di Adam Smith, per il quale Stato e libero mercato erano intimamente connessi e interdipendenti, il capitalismo politico non prevede separazione tra le categorie del ‘Politico’ e dell’‘Economico’. Nel modello cinese è la burocrazia celeste a muovere le forze del mercato perché solo la stabilità politica rende possibile sviluppo e innovazione, e il Partito Comunista cinese cattura così il potere economico. In altri termini, se il CEO di Huawei Jack Ma intende avviare laboratori quantistici è incoraggiato a farlo, coordinandosi con la pianificazione nazionale; se vuole smettere di lavorare e ritirarsi può farlo; se, invece, vuole agire contro gli obiettivi del Partito non è autorizzato a farlo. 

Il capitalismo politico americano si radica invece in un reticolo di relazioni tra le burocrazie statali, gli apparati militari e le imprese (specie le multinazionali); ogni industria deve coordinarsi con il governo per le regolazioni e i finanziamenti se opera in settori di interesse nazionale (in primis la sicurezza). La costituzione della DARPA (Defense Advanced Research Project Agency), i finanziamenti ingenti per mobilitare le capacità tecnico-scientifiche – nel 2017 il budget del Pentagono ha previsto 72 miliardi di investimenti in ricerca e sviluppo, più del doppio di quanto hanno speso Apple, Intel e Google assieme – e il lavoro fatto negli ultimi anni dalla BARDA (Biomedical Advanced Research and Development Authority) devono essere letti con la lente del capitalismo politico. A inizio 2020 la Barda ha creato l’organizzazione “Warp Speed”, a cui sono stati affidati dieci miliardi di dollari e il compito di lavorare con le aziende produttrici di vaccini senza limiti di spesa [2]

Cina, Stati Uniti, Russia e Inghilterra (si ricordi la citazione di Soriot) hanno prodotto i vaccini internamente o ospitano le sedi delle multinazionali che lo hanno brevettato. Il capitalismo politico è l’orizzonte pragmatico entro il quale la forza di questi Stati è riuscita a sfruttare la potenza tecnico-scientifica domestica allo scopo di fornire un bene pubblico straordinario e tutelare il diritto alla salute dei propri cittadini. In ciascuno di questi Paesi, in questo preciso momento storico, il Politico ha sussunto in sé la potenza dell’Economico; al denaro e alla tecnologia è stato attribuito uno spirito, sono diventati destino salvifico; il lavoro scientifico si è asservito ai fini della Civitas – statale, non globale (e, infatti, non stupisce la reazione inglese di fronte alla richiesta di donare le dosi in eccesso all’Irlanda: “prima gli Inglesi, poi gli altri”). È senz’altro questa la loro cifra distintiva, determinante nella corsa ai vaccini, e legittimamente ci si può domandare se rappresenti anche la prospettiva entro cui leggere, filosoficamente e storicamente, lo sviluppo del capitalismo. Il suo futuro è dato dalla piena politicizzazione dell’accumulazione e della produzione di ricchezza? La sussunzione del Politico nell’Economico è destinata a rovesciarsi? Stiamo vivendo forse la fine dell’età borghese? Per Massimo Cacciari “il Politico non è il passato del Capitalismo, può esserne, anzi, il futuro – ma soltanto nella forma dell’Impero e del polemos tra spazi imperiali” (Cacciari 2020, p. 25). Il potere dell’apparato tecnico-scientifico non può che esprimersi all’interno di un Ordine politico; solo in questo modo la politica può tornare al comando. Può quindi l’Europa sopravvivere senza farsi capitalismo politico? O meglio: può l’Unione Europa affrontare le sfide che la contemporaneità ci impone – flussi migratori, cambiamenti climatici, risorse scarse, nuove pandemie, la biosicurezza – senza farsi Ordine politico, quindi Impero? 

Secondo Alessandro Aresu, non può essere il caso. Soprattutto perché la debolezza demografica, finanziaria, industriale e tecnologica indica il tramonto dell’Europa. Adam Tooze ha rilevato come l’Unione Europa sia il principale sconfitto della Grande Recessione del 2008, a seguito della quale il progetto d’integrazione e i singoli Stati si sono fortemente indeboliti [3]. Mentre il mondo attorno indossa le vesti del capitalismo politico, della collaborazione virtuosa tra istituzioni ed economia, l’Europa rischia di non essere all’altezza. In questi ultimi giorni Pfizer-BioNTech e Moderna hanno già aumentato le loro capacità di produzione e stanno raggiungendo accordi con impianti di produzione nazionali in Europa; si auspica che tra due o tre mesi ci saranno più vaccini delle dosi previste e eventuali limiti della vaccinazione verranno solo dalle difficoltà organizzative. A ciò si aggiungono i nuovi contratti con Sanofi-GSK, Johnson&Johnson e CureVac. Dopotutto, è probabile che la “potenza di fuoco” europea raggiunga gli obiettivi iniziali [4]

Per il prossimo futuro, tuttavia, rimane da chiedersi se ci sia la volontà e la capacità di realizzare un progetto europeo di capitalismo politico, al quale non è sufficiente la concretizzazione di un’Europa unita politicamente perché servono anche apparati burocratici e militari forti, agenzie intergovernative , una visione geopolitica comune, una pianificata ingerenza dei governi negli affari privati qualora siano di interesse confederale, un monitoraggio costante dei fenomeni che minacciano gli interessi europei e investimenti in tecnologia, innovazione e sostenibilità per stare al passo dei giganti. In particolare, servirà rivendicare la forza del ‘Politico’ nell’asservire la potenza economica al bene comune – quello europeo. Un progetto che sia altresì capace di incorporare i valori dell’equità e della giustizia, nonché l’eredità valoriale e culturale della tradizione liberal-democratica, senza mai cedere alle lusinghe dell’efficacia dell’autoritarismo. Con coraggio e saggezza dunque, siamo pur sempre figli dell’Occidente cortese.
 

[1] A inizio marzo 2021 Warp Speed ha dato un miliardo di dollari a J&J per l’espansione della produzione del vaccino mentre Pfizer e Moderna avrebbero ricevuto circa due miliardi di dollari ciascuna per i primi 100 milioni di dosi; 

[2] Adam Tooze (2018), Lo schianto. 2008-2018. Come un decennio di crisi economica ha cambiato il mondo, Oscar Mondadori; 

[3] Di recente la Commissione ha proposta la creazione di un’agenzia, la Hera, che svolga il ruolo della Barda negli Stati Uniti. 

[4] Con AstraZeneca l’UE aveva firmato ad agosto un accordo per 300 milioni di dosi ma a gennaio la società ha segnalato ritardi nella produzione e ha dichiarato che ne consegnerà solo 40 milioni entro fine marzo.

Riferimenti

Alessandro Aresu (2020), Le potenze del capitalismo politico: Stati Uniti e Cina, La Nave di Teseo, Milano. 

Massimo Cacciari (2020), Il lavoro dello spirito, Piccola Biblioteca Adelphi, Milano.




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