01/06/20

Regolarizzare gli immigrati in tempi di Coronavirus

L’occasione persa per l’Italia e il modello portoghese 

DI YEELEN BADONA MONTEIRO* 

Fonte: coisp.it
Il 27 marzo il governo portoghese ha annunciato la decisione di garantire diritti di cittadinanza a tutti gli immigrati irregolari, regolarizzando in questo modo quanti in possesso di domande pendenti al 18 marzo, giorno in cui è stato dichiarato lo stato di emergenza nel paese. La decisione si rivolge anche ai richiedenti asilo. Si tratta di una misura temporanea, la cui validità si estenderà fino al 30 giugno 2020. Le richieste inoltrate alla data di messa in vigore del provvedimento non decadono. Gli sportelli del Servizio Stranieri e Frontiere (Serviço de Estrangeiros e Fronteiras - SEF) dovendo chiudere in ottemperanza alle misure di contenimento dell’epidemia da Coronavirus, riapriranno i battenti il 1° luglio e riprenderanno i processi avviati in precedenza. Pertanto, fino a quel momento il documento di domanda oppure il documento di appuntamento presso il servizio competente fungerà da autorizzazione temporanea, dando accesso a tutti i servizi pubblici, tra cui il Servizio Sanitario Nazionale e le prestazioni di sostegno sociale. I documenti permettono inoltre di poter apporre la firma a contratti di locazione e contratti di lavoro, oppure stipulare l’apertura di un conto bancario.

“In uno stato di emergenza, la priorità è la difesa della salute e della sicurezza collettiva. È in questi momenti che diventa ancor più importante garantire i diritti delle persone più vulnerabili, come nel caso dei migranti. Assicurare loro l’accesso ai servizi di salute, alla sicurezza sociale, a una stabilità lavorativa e abitativa è un dovere di una società solidale in tempi di crisi”, ha dichiarato il Ministro dell’Interno portoghese Eduardo Cabrita. La decisione è stata positivamente accolta dal Commissario Europeo per gli Affari Interni, Ylva Johansson e da Dunja Mijatovic, Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, la quale via Twitter ha definito il provvedimento come una buona pratica per proteggere i più vulnerabili e la società nella risposta alla pandemia da parte degli stati del Consiglio d’Europa. Il governo portoghese, guidato da António Costa, è giunto a questa decisione appena dieci giorni dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale. Non è da escludere che la regolarizzazione immediata abbia avuto un ruolo nella strategia di contenimento del virus la quale, nonostante le giustificate preoccupazioni iniziali, si è dimostrata più efficace rispetto ad altri paesi europei. La misura, oltre a essere ritenuta un dovere per una società solidale, poggia su ragioni di tipo sanitario. Garantire agli immigrati il diritto all’assistenza sanitaria e alle cure mediche in caso di infezione permette di controllare la diffusione del virus anche laddove risulterebbe altrimenti impossibile. La densità abitativa dei luoghi in cui si trovano spesso costretti a vivere molti cittadini stranieri, sommata alla reticenza a presentarsi nei pronto soccorso per il timore di essere denunciati e fermati, è potenziale elemento di innesco di focolai fuori controllo. 

Nel corso dell’emergenza sanitaria globale, anche in Italia il tema della regolarizzazione ha occupato il dibattito politico. Tuttavia, qui la discussione si è da subito concentrata su una misura che avrebbe interessato i lavoratori irregolari stranieri, limitatamente ad alcuni settori produttivi. 
Il ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova ha inizialmente avanzato una proposta di regolarizzazione dei cittadini stranieri senza permesso di soggiorno occupati nel lavoro nei campi, precisando che la misura non avrebbe riguardato tutti gli stranieri irregolari presenti in Italia, ad oggi 610.000, secondo recenti stime. E non avrebbe inoltre riguardato i lavoratori di tutti i settori produttivi. In risposta all’esigenza di assicurare il raccolto stagionale nei campi, il dibattito politico si è dunque focalizzato su un provvedimento prevalentemente rivolto alla platea di irregolari impiegati come braccianti, allontanando l’ipotesi di una sanatoria per tutti gli stranieri irregolari. La proposta ha per questo sollevato, da parte di sindacati, organizzazioni attive nell’ambito dei diritti dei migranti e accademici, svariati appelli tra cui quello dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), a sostegno della necessità di non limitare il provvedimento ad alcuni settori produttivi e di prevedere la possibilità di richiesta di un permesso di soggiorno per ricerca occupazionale della durata annuale, convertibile alla scadenza. Quanto concretizzatosi in seguito nel cosiddetto ‘decreto rilancio’, approvato dal governo per fronteggiare le conseguenze economiche dell’epidemia da Coronavirus, è la possibilità di regolarizzare lo status dei lavoratori stranieri con permesso di soggiorno scaduto oppure senza permesso di soggiorno, nell’ambito dei settori dell’agricoltura e dell’allevamento, dell’assistenza e cura alla persona e del sostegno domestico.

Nello specifico, il provvedimento prevede, da un lato, la possibilità per i datori di lavoro di concludere un contratto di lavoro subordinato oppure dichiarare, e dunque sanare, un rapporto di lavoro irregolare in essere con cittadini stranieri irregolari presenti sul territorio nazionale, nei settori indicati e previo pagamento di una cifra forfettaria per ciascun lavoratore. Il cittadino straniero deve essere stato sottoposto a fotosegnalazione e provare di aver soggiornato nel paese precedentemente alla data dell’8 marzo 2020. Dall’altro lato, il cittadino straniero in possesso di un titolo di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019, non rinnovato o convertito in altro titolo, può richiedere un permesso di soggiorno temporaneo della durata di sei mesi, al termine dei quali, dimostrando di aver sottoscritto un contratto di lavoro subordinato, il permesso verrà convertito in permesso per motivi di lavoro. Ciò sempre a condizione che venga attestata la presenza in Italia e che, in aggiunta, sia già stata svolta attività lavorativa nei settori indicati dal decreto. I dubbi e i limiti relativi al provvedimento presentato nell’articolo del decreto dedicato all’emersione dei rapporti di lavoro, sono stati chiaramente evidenziati da analisti ed esperti di immigrazione. Basti qui richiamare soltanto alcune criticità. Il datore di lavoro potrebbe non essere intenzionato ad assumere un cittadino straniero irregolare oppure a regolarizzarlo, sanando un rapporto di lavoro in essere. Non risulterebbe conveniente percorrere questa strada, salvo che non siano previsti incentivi. Per il cittadino straniero irregolare che non abbia mai avuto titoli validi di soggiorno, può risultare difficile fornire prova della presenza in Italia, precisamente per il fatto di trovarsi illegalmente nel paese; ancora, vi sono categorie di lavoratori stranieri irregolari, dal settore dell’edilizia a quello della logistica, che non risultano contemplate dal decreto. Resta da chiarire inoltre se al termine dei sei mesi previsti dal permesso temporaneo, in caso di perdita del lavoro oppure di mancato ottenimento di un impiego, la misura implichi nuovamente uno stato di irregolarità. 

Perché regolarizzare? 

L’annosa questione della regolarizzazione trova sostanzialmente due ragioni di fondo. Si tratta anzitutto di una questione di legalità e sicurezza: i cittadini stranieri che abbiano fatto ingresso irregolarmente sul territorio di un paese, oppure il cui titolo di soggiorno non sia più valido o, ancora, la cui richiesta di protezione sia stata negata sono a tutti gli effetti degli invisibili, vale a dire che per lo Stato non esistono. In mancanza di regolarizzazione, per il sostentamento agli irregolari non resta che affacciarsi a canali illegali, con una maggiore esposizione alla ricattabilità e alla probabilità di intercettazione da parte della criminalità organizzata. Per questo il tema della regolarizzazione è legato a doppio filo con il tema dello sfruttamento: gli irregolari rappresentano un bacino di manodopera per la criminalità. In secondo luogo la regolarizzazione è una questione sanitaria. La rapida diffusione del virus ha reso evidente la necessità di misure di contenimento e monitoraggio, dal distanziamento fisico ai test sanitari, fino al tracciamento. Nel caso in cui le condizioni abitative non permettano il distanziamento e, ancor più gravemente, non sia garantito l’acceso alle cure mediche il rischio di contagio non può che crescere esponenzialmente, rendendo vane le misure predisposte. Ciò costituisce un pericolo in primis per la salute dei cittadini stranieri ma anche per la salute della collettività nel suo complesso. Il quadro non smette di essere problematico nei casi di cittadini stranieri senza permesso di soggiorno e indigenti che abbiano accesso alle prestazioni sanitarie attraverso il rilascio della cosiddetta tessera STP (Straniero Temporaneamente Presente). L’intercettazione di casi di infetti anche in questo caso richiede l’isolamento domiciliare, difficile in condizioni abitative non consone al distanziamento, se non impossibile nel caso di soggetti senza fissa dimora. A ciò potrebbe aggiungersi la necessità di monitoraggio e cura di patologie croniche che normalmente richiederebbero ai soggetti di spostarsi, venendo meno all’obbligo di isolamento. Perciò, anche in tempi non pandemici il mancato accesso per i cittadini stranieri senza permesso di soggiorno alle cure mediche può invero essere motivo di sviluppo incontrollato di patologie, con conseguenze gravi per la salute dell’individuo e potenziali ripercussioni sulla comunità. La tutela della salute pubblica, in Italia stabilita dalla Costituzione, passa pertanto anche attraverso la tutela della salute degli immigrati. La regolarizzazione ha, per di più, un impatto economico. Legalizzare i lavoratori stranieri presenti in Italia porterebbe nuove entrate nelle casse dello Stato nell’ordine di 1,2 miliardi di euro. I lavoratori stranieri regolarizzati diventano infatti contribuenti che partecipano al saldo comprensivo del gettito fiscale e dei contributi versati dalle imprese e dai datori di lavoro domestico. 

I due paesi europei a confronto 

Portogallo e Italia hanno adottato approcci diversi alla questione e attuato provvedimenti altrettanto diversi ma per certi aspetti affini. La dichiarazione di intenti alla base della regolarizzazione decisa in Portogallo va nella direzione di una misura comprensiva, senza preclusioni di sorta, nonostante si debba considerare, come denunciato da giuristi, ricercatori e attivisti, che tra gli irregolari in una condizione di vulnerabilità non tutti potranno effettivamente godere dei diritti alle cure e delle disposizioni in materia di previdenza sociale previste da queste misure, come nel caso di lavoratori invisibili soggetti a sfruttamento nelle aree rurali che non hanno contatti con le autorità. Il rischio di ulteriore marginalizzazione qui è concreto. Il provvedimento italiano è invece pensato e attuato in maniera settoriale, determinando sin dal principio l’esclusione di una parte considerevole dei candidati alla regolarizzazione. Per di più, contrariamente al Portogallo, non si fa esplicita menzione dei richiedenti asilo a cui sia stata negata la protezione. L’obiettivo sanitario, comune ai provvedimenti di entrambi i paesi, risulta maggiormente realizzabile laddove l’accesso alle cure sia universalmente esteso e garantito a tutti i soggetti ritenuti vulnerabili. Dove, al contrario, ci si preoccupi della salubrità e delle condizioni alloggiative limitatamente al contesto di impiego dei braccianti e non tutti i cittadini stranieri siano regolarizzati, il problema sanitario persiste. Le circostanze eccezionali determinate dalla pandemia farebbero poi supporre che si prevedano procedure burocraticamente snelle. In Portogallo le ricevute di deposito della domanda e il documento di appuntamento presso l’ufficio competente sono state convertite in autorizzazioni temporanee, valide per l’accesso ai servizi indicati, per rispondere così rapidamente all’emergenza e far fronte alla chiusura degli uffici preposti. Il provvedimento contenuto del decreto italiano, oltre a prefigurare nel complesso una procedura di regolarizzazione piuttosto lunga (che potrebbe peraltro finire per non rispondere all’urgenza di impiegare regolarmente braccianti per i raccolti stagionali) presenta dei requisiti burocratici, come la prova di presenza, che possono rallentare – se non impedire – in partenza la presentazione della richiesta di permesso. La misura portoghese inoltre non è stata pensata unitamente a un contratto di un lavoro. La richiesta del titolo di soggiorno in Italia è uno strumento nelle mani anzitutto del datore di lavoro in relazione a un rapporto di lavoro e dipende da un contratto di lavoro anche la richiesta diretta da parte dei cittadini stranieri irregolari. L’impressione è che pertanto il tema sia stato trattato in maniera prevalentemente strumentale, per garantire continuità ad alcune attività produttive essenziali per il paese. Oltre al fatto che in questo modo a parità di lavoratori stranieri irregolari alcuni finiranno per avere più diritti di altri, solamente per il tipo di lavoro che svolgono. 
Senza dubbio entrambi i provvedimenti, quello portoghese e quello italiano, soffrono di un limite non secondario dovuto alla loro temporaneità e frammentarietà, perché si tratta di misure emergenziali e, pertanto, circostanziali. I dubbi sul destino dei processi di valutazione delle domande di residenza e delle richieste di asilo dei migranti alla riapertura degli uffici del SEF in Portogallo restano da sciogliere, così come quanto accadrà ai beneficiari del permesso di soggiorno temporaneo in Italia in mancanza di un contratto di lavoro allo scadere dei sei mesi. Non sono perciò misure di ampio respiro, in grado di rispondere a esigenze di gestione della presenza straniera irregolare nel lungo periodo. 
C’è un aspetto però nell’approccio del governo portoghese che è mancato totalmente alla discussione politica italiana e sta nelle parole del Ministro Cabrita, ossia il riferimento a un dovere di solidarietà. La regolarizzazione può avere anche una ragione, più o meno condivisibile ma non meno importante, di solidarietà. La battaglia per la sua attuazione è in qualche modo il termometro della volontà politica di un paese di preoccuparsi degli esclusi o, come li definirebbe Slavoj Žižek, dei suoi sintomi, precisamente i punti di esclusione dell’ordine sociale esistente, sapendosi identificare con essi. È cioè il termometro della volontà di non ignorare e lasciare indietro quanti vivono una condizione di esclusione. Ciò significa occuparsi di quelle questioni indesiderate dal discorso pubblico e troppo spesso rimosse dall’agenda politica non solo nazionale ma anche europea, fino all’arrivo della crisi successiva, come nel caso del fenomeno migratorio. Il governo italiano travolto dall’emergenza sanitaria sembra non aver posto l’attenzione anche su questo risvolto, meno attraente a livello di consenso ma forse altrettanto importante ai fini di una strategia d’azione più efficace. La capacità di immedesimarsi nei sintomi della società, in questo caso gli immigrati irregolari, avrebbe probabilmente contribuito a comprendere meglio la dimensione attuale del problema. Il Portogallo ha superato questa prova di identificazione individuando una soluzione a un problema che l’emergenza sanitaria avrebbe acutizzato: regolarizzare per dare accesso alle cure e contenere il rischio di focolai, oltre a creare un più ampio paracadute, seppur temporaneo, con l’accesso alle prestazioni sociali. Per questo e per la tempestività del provvedimento ha fatto scuola nel panorama europeo di risposte all’epidemia da Coronavirus. Sapersi immedesimare nei soggetti sintomali della società sarebbe forse un utile esercizio per comprendere anche che la regolarizzazione da sola – e ancor meno se rivolta a una platea ristretta di candidati – non può eliminare il problema, il quale richiederebbe una risposta strutturale. Richiederebbe cioè di ripensare le politiche migratorie, favorendo percorsi di ingresso regolari, non solo attraverso il canale dell’asilo ma anche costruendo un canale di ingresso per motivi di lavoro, con la cooperazione con i paesi d’origine, anche e soprattutto a livello europeo. Nella direzione dunque di un’azione di regolamentazione dei flussi in ingresso. L’esercizio di identificazione avrebbe aiutato a comprendere che un’esigenza di tutela della salute pubblica, quale quella posta dall’epidemia da Coronavirus, era l’occasione per una regolarizzazione più estesa. Perché il paese non ha convenienza nel mantenere questi soggetti in una sala d’aspetto, in attesa che venga loro riconosciuto lo status di cittadini, o addirittura fuori da questa sala d’aspetto in una invisibilità senza appartenenza. Questo esercizio avrebbe infine aiutato a comprendere che è nell’interesse anzitutto dei cittadini che i non-cittadini emergano da questa condizione, perché il gioco a ribasso o addirittura l’esclusione quando si tratta di diritti non giova agli immigrati irregolari ma nemmeno ai cittadini. Insomma una lezione forse ancora una volta rimasta troppo incompresa. 

* Dottoranda in Filosofia, Università Vita-Salute San Raffaele 

Alcuni riferimenti

https://dre.pt/home/-/dre/130835082/details/maximized?serie=II&dreId=130835080

https://www.lastampa.it/cronaca/2020/04/25/news/l-appello-regolarizzare-tutti-gli-immigrati-con-un-impiego-non-solo-quelli-dell-agricoltura-1.38761509

https://www.ilpost.it/2020/05/14/regolarizzazione-migranti/

https://stefanoallievi.it/anno/regolamentare-non-solo-regolarizzare/?fbclid=IwAR33k4dyzErMFbpzeKcP-wWhFPyt9URdFPmAH76CIooBvAw2EER1m-c2GfQ

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