06/05/20

La debolezza delle Regioni

Perché senza unità nazionale non c'è nemmeno Europa

DI PAOLO POLIZZI* E ALESSANDRO VOLPE**

Tra le numerose “patologie pregresse” che hanno reso ancora più drammatico il travaglio italiano nell’emergenza Coronavirus c’è senz’altro l’irrisolto conflitto tra locale e nazionale, regioni e Stato. Un conflitto che, di fatto e de iure, non è nemmeno istituzionalizzato all’interno di un concordato ed equo sistema federale, ma grossolanamente gestito in una perpetua concorrenza di competenze. Non solo il decentramento in materia sanitaria, ma anche il sistema delle ordinanze, hanno mostrato le loro intrinseche fragilità a fronte della pandemia. Il plateale ribellismo delle regioni a cui abbiamo assistito nella transizione verso la fase 2, specialmente quelle a trazione Lega, non è poi che l’ennesimo e evidente segnale della natura essenzialmente politica e, per di più, particolaristica dell’autonomismo regionale in Italia. 

Il problema è che in pericolo, prima ancora dello Stato in quanto tale, è l’idea stessa di Repubblica e di solidarietà nazionale. Fatte salve rare e inascoltate eccezioni, l’ideologia autonomista, in Italia, ha da sempre una configurazione ferocemente antistatale e anticooperativa –– associata all’immancabile retorica contro Roma (elemento simbolicamente non di poco conto, se non per il fatto che Cavour stesso la immaginava come l’unica città in grado di bilanciare le diversità tra Nord e Sud del Paese) –– pur subendo nel corso del tempo una serie di “normalizzazioni” politiche che ne hanno mitigato,  apparentemente, soltanto i toni. 

Se nell’'89 i due partiti autonomisti del Veneto e della Lombardia si presentarono alle elezioni europee sotto un unico cartello elettorale “Lega Lombarda - Alleanza Nord,” ottenendo solo l'1,8% dei voti – a fronte di un’egemonia antistatale già presente nel tessuto produttivo settentrionale - il loro sdoganamento avvenne alcuni anni più tardi nel quadro della larga coalizione a guida Berlusconi. Nel caso specifico, occorreva soltanto offrire una voce credibile e un volto moderato a gruppi potenzialmente eversivi e del tutto fuori dalle logiche costituzionali. Un processo di normalizzazione continuato idealmente nel passaggio da un programma apertamente indipendentista-secessionista ad uno federalista, evolutosi poi nella Lega divenuta nazionale. Passata, come è noto, dallo slogan Prima il nord! a quello Prima gli italiani! –– pur contemplando nel proprio programma la cosiddetta "autonomia differenziata".

L’approccio ideologico sotteso risulta, tuttavia, il medesimo, per cui il “primato” rivendicato può, a seconda delle occorrenze, adattarsi a nuovi contesti con una facilità impressionante. Particolarismo regionale come forma del particolarismo nazionale. Come sempre, la sovrastruttura retorica e il volto partitico cambiano a seconda dei rapporti di forza vigenti e delle condizioni politico-sociali date.

E d’altra parte, sul piano dell'efficienza (altro mantra storico dell'autonomismo), la riforma del Titolo V non ha migliorato le condizioni dell’amministrazione pubblica, ma anzi creato i presupposti per ulteriori, e spesso irragionevoli, richieste di autonomia da parte di Lombardia e Veneto. Gli italiani rischiano di vedersi così istituzionalizzare le diseguaglianze territoriali, secondo il criterio meschino della provenienza geografica come elemento differenziante per la tutela dei diritti essenziali. 
Nel 2001, anno in cui si decise con la Devolution di passare a un artificioso sistema sanitario pseudo-federale, si disse che per contrastare le diseguaglianze si sarebbero previste garanzie per tutte le regioni attraverso i "Livelli essenziali di prestazione" (LEA). Sennonché questi livelli di prestazione non si sono mai riusciti a definire nel corso di questi anni in maniera chiara, figurarsi a mantenerli e farli rispettare. Così oggi nascere in Lombardia, Emilia-Romagna o in Calabria e Sicilia può significare avere delle aspettative di vita profondamente diverse. Fa sorridere, a tal proposito, che il Ministro Boccia abbia scritto nella “Legge sulle autonomie” presentata a novembre dello scorso anno, che i LEA dovranno essere definiti nel giro di 12 mesi dall’approvazione in Parlamento del testo. E se non si riuscissero a definire? Si dovrà procedere comunque sulla base della “spesa storica”, cioè si istituzionalizzeranno anni di sperequazioni. 

I modelli, qualsiasi essi siano, si testano alla luce della loro capacità di gestire e sopportare le crisi.
In una fase storica delicata e di profondi cambiamenti come questa, bisognerebbe piuttosto pensare a ricentralizzare le funzioni strategiche dello Stato, a partire dalla sanità, senza che ciò impedisca il rispetto delle autonomie locali e un decentramento ai fini di snellire gli apparati e facilitare l'erogazioni di servizi supplementari, che richiedono comunque un principio di eguaglianza.
Va ad esempio riconosciuto che la proposta di riforma costituzionale del 2016 bocciata dagli elettori, pur con i suoi molti limiti, prevedeva di introdurre una 'clausola di supremazia', consentendo allo Stato di intervenire in materie sulle quali non ha la competenza esclusiva, in casi eccezionali riguardanti l'interesse nazionale [1].
Oggi quella clausola andrebbe ridiscussa, ma quanti sarebbero oggi disposti a sacrificare il proprio consenso per ritrovarsi a combattere sul terreno costituzionale?

Il rischio, altrimenti, è quello di una vera e propria deriva confusionaria ed una totale incapacità del nostro Paese di trovarsi anche minimamente solidale e preparato di fronte alle grandi sfide contemporanee. Il punto fondamentale che oggi sfugge completamente dal dibattito pubblico è che o l’Italia ritrova una sua forza unitaria, oppure semplicemente finirà cancellata dalla storia sotto il peso delle sue contraddizioni e delle sue lacerazioni istituzionali [2].
In un momento in cui contano sempre più le strategie a livello internazionale, con la credibilità del Paese fondamentale per poter essere incisivi nello scacchiere europeo, cedere ai regionalismi significa fare lo stesso errore che si farebbe cedendo al nazionalismo. 
Si potrebbe dire in estrema sintesi: oggi non bastano gli Stati nazionali, figurarsi se bastano le Regioni. 


[1] L'articolo 31 della riforma costituzionale del 2016 modificava l'articolo 117: "Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell'interesse nazionale".

[2] Il modello federale tedesco, preso spesso da esempio nel dibattito pubblico, prevede, oltre a maggiore chiarezza nel passaggio delle competenze, un "Senato delle regioni", il Bundesrat - tutt'altra cosa rispetto alla nostra debole "Conferenza Stato-Regioni" - il quale istituzionalizza un dialogo costante tra Länder e Stato centrale, nella logica di continuità e cooperazione tra livello locale e livello nazionale.


* Studente magistrale in Filosofia del Mondo Contemporaneo, Università Vita-Salute San Raffaele

** Dottorando in Filosofia, Università Vita-Salute San Raffaele, Fondazione F.lli Confalonieri, IRCECP

Alcuni riferimenti

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