26/05/20

Epidemia da Agamben: che cosa ha detto (e cosa chiedersi)

DI ALESSANDRO VOLPE*

Tutto è cominciato con un intervento, apparso su Il manifesto, dal titolo eloquente L’invenzione di una epidemia, del 26 febbraio. Presa di posizione piuttosto in voga all'inizio della crisi ("inizio" si fa per dire – il virus era tra noi da ben prima), nel clima di festoso negazionismo che univa gran parte dell'opinione pubblica, dal #milanononsiferma alle sacrosante denunce dell’irrazionale paura nei confronti della comunità cinese in Italia.

In questo articolo, Agamben stigmatizza le prime misure d’emergenza come “frenetiche, irrazionali e del tutto immotivate [...] per una supposta epidemia dovuta al virus corona”. Da qui, il segnale d’allarme dell’utilizzo dello stato d'eccezione “come paradigma normale di governo [...] al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale” e preparato attraverso il panico collettivo indotto dagli stessi governi “che ora intervengono per soddisfarlo”.
Da questo momento, gli articoli di Agamben sembrano diffondersi, tra le nicchie dei lettori e non solo, alla stessa velocità del virus.

L’11 marzo, nell’intervento Contagio, Agamben rincara la dose, paragonando “le recenti disposizioni” a quelle sul terrorismo dei primi anni 2000: come le prime “trasformano di fatto ogni individuo in un potenziale untore”, quest’ultime “consideravano di fatto e di diritto ogni cittadino come un terrorista in potenza”.
Con le misure d'emergenza, per università e scuole è arrivato il momento che “si chiudano una buona volta" e che si smetta "di riunirsi e di parlare per ragioni politiche o culturali".  

08/05/20

Global cities: outposts of a truly democratic and transnational forum

We are pleased to host the following contribution by Davide Zanoni:

The role of urban landscape in the aftermath of pandemic war

BY DAVIDE ZANONI*

The breakout of COVID-19 has exposed the limits of the European integration process, not only with regards to the impasse in the management of the economic consequences of the epidemiological crisis but, first and foremost, for the national governments’ incapacity to share sensitive information and mimic the best policies and practices, already implemented around the world, to prevent such a virulent attack to collective health. 

There has been, indeed, an every-man-for-himself kind of attitude: while Italian national lockdown was already effective (Italy was the first Western State to witness such a severe outbreak), other countries still hesitated to implement restrictions, wasting precious time. 
On the contrary, South Korea took severe measures to flatten the contamination curve since the beginning applying an innovative testing strategy. But despite appearing to be the key – for its successful response – to tackle the current health crisis, no other government seemed ready or convinced to replicate Korean policies. 

06/05/20

La debolezza delle Regioni

Perché senza unità nazionale non c'è nemmeno Europa

DI PAOLO POLIZZI* E ALESSANDRO VOLPE**

Tra le numerose “patologie pregresse” che hanno reso ancora più drammatico il travaglio italiano nell’emergenza Coronavirus c’è senz’altro l’irrisolto conflitto tra locale e nazionale, regioni e Stato. Un conflitto che, di fatto e de iure, non è nemmeno istituzionalizzato all’interno di un concordato ed equo sistema federale, ma grossolanamente gestito in una perpetua concorrenza di competenze. Non solo il decentramento in materia sanitaria, ma anche il sistema delle ordinanze, hanno mostrato le loro intrinseche fragilità a fronte della pandemia. Il plateale ribellismo delle regioni a cui abbiamo assistito nella transizione verso la fase 2, specialmente quelle a trazione Lega, non è poi che l’ennesimo e evidente segnale della natura essenzialmente politica e, per di più, particolaristica dell’autonomismo regionale in Italia. 

Il problema è che in pericolo, prima ancora dello Stato in quanto tale, è l’idea stessa di Repubblica e di solidarietà nazionale. Fatte salve rare e inascoltate eccezioni, l’ideologia autonomista, in Italia, ha da sempre una configurazione ferocemente antistatale e anticooperativa –– associata all’immancabile retorica contro Roma (elemento simbolicamente non di poco conto, se non per il fatto che Cavour stesso la immaginava come l’unica città in grado di bilanciare le diversità tra Nord e Sud del Paese) –– pur subendo nel corso del tempo una serie di “normalizzazioni” politiche che ne hanno mitigato,  apparentemente, soltanto i toni.