14/04/20

Restare europeisti ai tempi del Covid

DI MAURIZIO TROIANO* e ALESSANDRO VOLPE

Guardando a ciò che sta accadendo in questi giorni nelle sedi europee, è possibile essere realisti senza diventare cinici e rassegnati? La crisi sanitaria a cui stiamo assistendo oggi infatti non ha fatto che riproporre i punti critici, ormai cronici, dell’Unione: scarso coordinamento, risposte inadeguate, retoriche infuocate, deficit di solidarietà.

Peraltro, se in precedenza era possibile riconoscere il carattere asimmetrico delle crisi - da quella economica post-2007 a quella dei debiti sovrani del 2010-2011 sino a quella migratoria - come si possono giustificare queste ennesime défaillance di fronte ad una crisi simmetrica che colpisce tutti gli Stati membri seppur con intensità diverse? In altre parole, come è possibile restare europeisti davanti a questo dramma ricorsivo?

Prima, possibile e pragmatica risposta: cautela. Teatro dell’ultimo scontro europeo è stato l’Eurogruppo, l’organo informale della UE che vede riuniti i Ministri delle Finanze dei 19 Stati appartenenti all’area euro. Se da un lato, le posizioni più moderate parlano di Accordo a metà (Il sole 24 ore) e di Possibile pareggio tra il Nord e Sud dell’Europa (Il Corriere), dall’altro le più nette parlano di Vittoria per l’Italia (Ministro Gualtieri) o di Alto tradimento (Salvini-Meloni). 

In verità, come si legge in una lucida nota di commento all’accordo apparsa sul sito dell’ISPI: “Il giudizio sull’accordo dipende da quello che questo rappresenta per i governi europei. Se si tratta del massimo – o quasi – che riusciranno a fare in comune, il giudizio sull’accordo non può che essere negativo perché inadeguato rispetto alla portata delle sfide. Se invece rappresenta una tappa intermedia verso un vero Recovery Plan, allora il giudizio è positivo perché prevede in chiave solidaristica delle prime urgenti misure per affrontare l’emergenza (corsivo nostro).” 

Data l’impossibilità di acquisto di titoli sul mercato primario degli Stati da parte della BCE, bisognerebbe dunque istituire un nuovo fondo, correntemente denominato Recovery Fund. Qual è il problema? Dove trovare le risorse. La possibile soluzione sarebbe l’emissione di debito da parte dell’UE, attualmente non prevista, ai sensi dell’articolo 17 del “Regolamento Finanziario applicabile al budget generale dell’Unione e le sue regole d’applicazione”. L’eventuale modifica di questo elemento per situazioni critiche potrebbe condurre alla creazione di un sistema europeo di finanziamento, di emissioni di titoli di debito europei garantiti dalla BCE e dagli Stati membri. Questo alleggerirebbe la posizione politica di alcuni stati del Nord e soprattutto coinvolgerebbe direttamente l’Unione in quanto istituzione e la BCE, progredendo verso una progressiva “federalizzazione” del sistema. Oltre al fondo per la ricostruzione, le iniziative per far fronte alla crisi prevedono, in ogni caso, risposte relativamente inaudite rispetto al passato, dall’incondizionalità (seppur parziale) del MES, al fondo della Banca europea degli investimenti (BEI), fino al programma SURE della Commissione. 

Seconda, possibile risposta, si direbbe metodologica: realismo. Aldilà degli aspetti tecnici dell’accordo, da questa prova della tenuta dell’Unione spetta nuovamente alla politica, e alla commisurazione delle forze in campo, il verdetto finale. Forze e ragioni, si badi bene, nazionali e (anche) transnazionali, con un loro equilibrio sempre instabile. Un europeismo realista non può fare a meno di questa consapevolezza: l’Unione Europea non è altro che un campo di battaglia e la “cristallizzazione” politica di queste forze. Nessuna illusione. Una consapevolezza che sembra essere pressoché sconosciuta, tanto agli europeisti a prescindere quanto agli euroscettici-sovranisti di destra e di sinistra: da un lato infatti ci si appella ad un'Europa al di là della politica, ignorando però, del tutto o in parte, la sua natura, tuttora, prevalentemente intergovernativa in diversi processi decisionali che evidenziano il famoso “deficit democratico”; dall'altro, ci si vorrebbe sottrarre alla politica continentale tornando a stadi “naturali” precedenti.

Ciò che connota entrambe le visioni è una totale assenza di una riflessione ponderata e concreta di gain-loss, tanto rispetto alla permanenza degli Stati membri nell’attuale Unione quanto ad un’ipotetica uscita, a tal punto da annichilire, in partenza, qualsiasi forma di critica costruttiva. Un atteggiamento che dovrebbe incidere anche sugli aspetti comunicativi, oggi fondamentali [1]: l'Europa (e non l’Unione Europea strictu sensu) è il nostro orizzonte ineludibile storicamente, geograficamente, geopoliticamente; non è tuttavia il migliore dei mondi possibili, non è la soluzione a tutti i nostri - pregressi e futuri - problemi nazionali, non è il sogno illuminista che ci renderà, da un giorno all'altro, cittadini cosmopoliti. 
L’Europa non è soltanto, a seconda dei casi e delle posizioni in campo, credito o debito, opportunità di crescita o gabbia, secondo una visione economicistica molto in voga, anche a sinistra. Vuole dire molto di più. In campo culturale, geopolitico, militare, diplomatico, negoziale [2]

Terza, possibile risposta: il coraggio dell’antagonismo. Se l’europeismo non gode di buona salute, il sovranismo non è da meno, anzi. La logica del sovranismo - e non il necessario ripensamento della sovranità in un contesto transnazionale - è internamente contraddittoria e strutturalmente incapace di garantire una gestione efficace delle crisi. Quello che è in atto è, al tempo stesso, la bancarotta e il capolavoro del Sovranismo, in questo caso di matrice olandese e tedesca. E’ proprio la pressione delle forze euroscettiche e il ritrovato sovranismo di alcuni partiti liberal-democratici (quello del premier olandese Rutte in primis), che contrastano qualsiasi soluzione di stampo unitario, invocata nella medesima maniera tanto dalle forze europeiste che sovraniste in alcuni paesi, tra cui l’Italia. Anziché esultare per la vittoria del sovranismo e per la possibilità di una soluzione di stampo nazionale, i leader di partiti sovranisti, da Lega e Fratelli d’Italia a Vox, rinfacciano agli Stati membri lo stesso atteggiamento di cui essi si fanno portatori. Contraddizione performativa, si direbbe. 

Lo strumento a tutela dell’indipendenza sovrana degli Stati membri, ossia la procedura di voto per consenso, e l’utilizzo che se ne è fatto in questa crisi mette in luce le contraddizioni intrinseche del sovranismo all’interno di un sistema politico e valoriale unico nel suo genere, come lo è l’Unione. Le forze centrifughe sovraniste e la loro pressione sui governi non solo hanno ostato al raggiungimento dell’unanimità, ma hanno anche incentivato un approccio non collaborativo ed oltranzista di fronte ad una situazione epocale come la crisi che attualmente si sta vivendo. 
Gli europeisti realisti, dal canto loro, dovrebbero, con gran forza, evidenziare questa contraddizione interna alla fazione sovranista, giorno e notte. 
Insomma, cautela, realismo e coraggio dell'antagonismo, evitando opposte e insufficienti visioni, per provare a rispondere ad un dubbio, sull’Europa e sulla sua efficacia, che si fa sempre più esistenziale.


* Dottore in Scienze Internazionali e Diplomatiche, Università di Bologna Alma Mater; Master Studi Diplomatici SIOI Roma.

[1] Nella fattispecie dell’emergenza sanitaria le dichiarazioni altisonanti e gli slogan - il caso Conte con la dichiarazione “Mai Mes, sì eurobond” ed il twitt di Gualtieri - pur avendo una forte capacità comunicativa e di semplificazione della realtà portano con sé grandi rischi, tra cui quello di non raccontare pienamente ciò che accade e soprattutto di annullare qualsiasi credibilità politica nel caso in cui, anche solo in parte, il contenuto degli slogan non venga raggiunto. 

[2] In campo diplomatico, un maggior potere contrattuale in materia negoziale internazionale: l’UE non è soltanto un forum di discussione tra Stati e di ricerca di soluzioni a problemi comuni, ma anche veicolo esterno di tali interessi. 

Alcuni riferimenti 

https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2020/04/11/coronabond-mes-populismo/

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