19/04/20

Il Reddito Universale di Base come risposta al Covid-19?

DI ROBERTO MORDACCI*

La crisi innescata dal Covid-19 ha scatenato un ampio dibattito sugli strumenti finanziari necessari per fronteggiarne gli effetti economici. In Italia, nell’atteso Decreto di aprile si approntano alcune misure di sostegno a chi è più colpito (fra cui il Rem – Reddito di emergenza). Analogamente, in molti paesi europei (e nella stessa Ue) e persino negli Stati Uniti si stanno studiano provvedimenti economici di grande impegno finanziario da conferire non solo alle imprese ma anche direttamente ai cittadini. 

In questo contesto, si torna a parla di una proposta radicale, dai tratti fortemente utopici, che circola ormai da tempo: il Reddito Universale di Base (Universal Basic Income – UBI). L’idea è stata riecheggiata in diverse proposte legislative che non esemplificano precisamente il modello ma ne ricordano in qualche misura lo spirito: il Ministro della sicurezza sociale spagnolo, José Luis Escrivá, ha annunciato un “reddito minimo di sussistenza” che sarà erogato a circa 100.000 famiglie vulnerabili monoreddito; in Germania, al Bundestag è stata discussa una proposta firmata da più di 450.000 cittadini a favore di un reddito universale di base; in Francia, l’UBI era già uno dei punti qualificanti della campagna del candidato socialista alle presidenziali del 2017, Benoit Hamon, il quale ha rilanciato recentemente l’idea in una lettera aperta a Le Monde; nel Regno Unito, alla fine di Marzo, più di 170 membri della Camera dei Comuni hanno proposto un “Emergency Universal Basic Income” (che però è stato rigettato dal Governo); negli Stati Uniti, Trump, in cerca di voti per le presidenziali, ha promesso un “universal basic income” di 1200 dollari ai residenti con meno di 90.000 dollari di reddito, senza però chiarire né i tempi né le condizioni per l’accesso. 
Diversi analisti finanziari ed economisti considerano l’UBI uno strumento essenziale per favorire non solo la ripartenza dell’economia, ma anche la sostenibilità nel medio e lungo periodo dell’emergenza sociale che la crisi ha provocato. Daniel Susskind, economista del Balliol College di Oxford, sostiene che la crisi ha accelerato i tempi per una discussione approfondita sul welfare – già in crisi in molti paesi e messo a dura prova dalla pandemia. Gli strumenti tradizionali non sono più in grado di garantire i diritti fondamentali delle persone e il paradigma economico post-keynesiano dominante – che ha progressivamente eroso il sostegno pubblico ai cittadini – va messo radicalmente in questione. Come sostiene Luke Martinelli, dell’Institute for Policy Research di Bath, la crisi del Covid-19 può essere l’innesco di un cambio di paradigma nelle politiche pubbliche.
Anche il dibattito in sede di Unione Europea ha messo in luce che la necessità di interventi massicci sia ispirati al “quantitative easing” (di questo genere l’intervento della Banca Centrale Europea per 750mld, denominato Pandemic Emergency Purchase Programme) sia basati sulla condivisione del debito (i cosiddetti Coronabond, che potrebbero essere la porta di accesso ai sempre respinti Eurobond). Che sia necessario un intervento pubblico non è messo in discussione da nessuno: in tal senso, il suggello definitivo è stata la tesi di Mario Draghi secondo cui “il settore privato non ha causato lo shock e non può assorbirlo da solo”. 

Il problema di queste proposte e provvedimenti è che restano tutti entro una logica soltanto di emergenza. Nessun intervento strutturale è pensato per le persone e le imprese che, dopo la crisi, affronteranno non solo la difficoltà di una ripresa in cui tutti saranno in grande affanno, ma anche l’accelerazione dei processi di sostituzione dei lavoratori con tecnologie avanzate (la grande ondata, in arrivo, dell’industria 4.0) e il persistente calo delle retribuzioni in un mercato del lavoro sempre più spietato e competitivo – come accuratamente documentato da Marta e Simone Fana in Basta salari da fame! (Laterza). La crisi del sistema produttivo nell’offrire opportunità di lavoro è strutturale e occorre mutare profondamente il punto di vista: la disponibilità di risorse essenziali per tutti è cruciale per consentire alle persone di adattarsi alla nuova situazione. Ed è, per altro, richiesto da considerazioni di equità e giustizia. 
Uno dei maggiori sostenitori del reddito universale di base in Europa è indubbiamente Philippe Van Parijs: da tempi non sospetti (primi anni Ottanta) e con dovizia di studi non solo sulla fattibilità economica ma sulla sua giustificazione morale e politica, Van Parijs sostiene che un reddito di base conferito senza condizioni universalmente a tutti i cittadini sia la chiave per un’economia a un tempo più fiorente e più giusta. Il dibattito recente, che ha rinverdito l’interesse per la sua proposta, è il segnale che la questione non può più essere rimandata, anche se Van Parijs è piuttosto freddo sulle iniziative finora proposte. A queste ultime manca, infatti, una vera visione complessiva del problema, vale a dire la consapevolezza che strumenti a tempo e gravati condizioni di accesso sono solo sussidi pubblici che non rimettono veramente le persone in condizione di rialzarsi e di creare nuove opportunità. 

Ciò che la questione dell’UBI solleva è una domanda più radicale: l’economia basata su una rigida separazione fra chi possiede privatamente gli strumenti per generare reddito e chi è impiegato come forza lavoro per rendere quei mezzi profittevoli non è più sostenibile nel lungo periodo. La tesi dei sostenitori del reddito universale di base è che ci sarà sempre meno lavoro per le persone e l’unica via di uscita è separare il reddito dal lavoro: il benessere generato dalla produzione va condiviso alla radice e universalmente, senza condizioni e senza distinzioni sociali. La scommessa dei fautori dell’UBI è che questo libererà anzitutto le persone dal timore della povertà e le loro risorse per inventare nuovi modi di creare, produrre e condividere. Come detto, è una proposta dai tratti fortemente utopici, ma che cosa si addice di più a un tempo così chiaramente distopico?

Su queste proposte e soprattutto sul cambio di visione – sociale, economica e politica – che la pandemia rende necessario occorre un confronto culturale, non ideologico ma nemmeno esclusivamente pragmatico. Non è la logica dell’emergenza quella con cui sarà possibile uscire da una crisi che la pandemia ha esacerbato. Occorre guardare, piuttosto, alle strutture di base del nostro vivere sociale e chiedersi se le iniquità di fondo che le abitano non siano ormai praticamente e non solo moralmente insostenibili. 

* Direttore di Reasons for Europe (R4E) - International Research Centre for European Culture and Politics, Università Vita-Salute San Raffaele, Milano

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