07/10/21

Ci mancherai, Salvatore

Salvatore Veca aveva la capacità rara di saper cogliere, nella tecnicità dei dibattiti filosofici, gli elementi più vicini alla sensibilità morale. La sua visione della giustizia restituisce forza al movente originario del desiderio di giustizia entro un perimetro di ragionamento rigoroso e sempre aggiornato. Era una persona capace di ascolto come pochissimi altri. Devo a lui di aver potuto pubblicare con Feltrinelli il mio primo libro importante. Porto con me questa frase da "La bellezza e gli oppressi", dove oppone con garbo e con chiarezza due idee di utopia: quella della società perfetta e quella di un'utopia ragionevole. Penso che contenga la sostanza della sua concezione della giustizia. 

"L'utopia ragionevole richiede di perseguire un equilibrio difficile e probabilmente instabile fra gli elementi dell'eguaglianza morale e impersonale e gli elementi della motivazione individuale e personale. Si osservi: se accettiamo questa prospettiva, riconosciamo che ciò che è giusto deve essere possibile, anche se è importante aggiungere una clausola: la nostra comprensione di ciò che è possibile può essere almeno in parte alterata, modificata e modellata da dimostrazioni a proposito di ciò che è giusto" (La bellezza e gli oppressi, p. 119). 

Ci mancherai, Salvatore. 


Roberto Mordacci, Direttore IRCECP e Preside Facoltà di Filosofia, Università Vita-Salute San Raffaele

06/10/21

Prossima uscita collana Studi europei: "Normatività e potere", di Rainer Forst

Siamo molto lieti di annunciare l'uscita dell'edizione italiana di "Normatività e potere. Per l'analisi degli ordini sociali di giustificazione", a cura di Alessandro Volpe e con traduzione di Stefano Pinzan. Postfazione di Roberto Mordacci.


Gli esseri umani sono esseri giustificanti: offrono, chiedono ed esigono giustificazioni. Le norme e le istituzioni che seguono si basano su narrazioni di giustificazione storicamente date che, nel loro insieme, costituiscono un ordine normativo, dinamico e ricco di tensioni. Superando l’alternativa tra teorie “ideali” e teorie “realiste”, Rainer Forst dimostra in questo libro come i concetti di normatività e potere siano strettamente correlati: il potere si basa, infatti, sulla capacità di influenzare, determinare ed eventualmente restringere lo spazio delle giustificazioni. Una teoria critica della giustificazione deve quindi porre in analisi le relazioni di potere in termini di giustificazioni, e da lì riflettere sulla loro validità. Tra filosofia, storia e scienze sociali, Forst rivaluta le teorie della giustizia, così come quelle del potere, fornendo gli strumenti per un nuovo approccio di teoria critica, come teoria critica della giustificazione. 

27/09/21

Dopo Merkel, una doppia utopia per la Germania (e per l'Europa)

di ROBERTO MORDACCI e ALESSANDRO VOLPE

Le elezioni tedesche stanno diventando, per importanza e per la loro implicita posta in gioco (specie per l'Italia), delle elezioni americane "in piccolo", di livello continentale. La tornata elettorale appena conclusa desta in queste ore partecipazione, interesse e, se si vuole, una preoccupazione più viva che in passato. E' senz'altro questa la prima considerazione da fare per inquadrarle, complice anche il fatto che si chiude una stagione, o per meglio dire, un'era: quella merkeliana.

Intanto, occorre un bilancio sull'operato della Cancelliera. Angela Merkel ha praticato una forma coraggiosa di pragmatismo - non riducibile a mera Realpolitik - e ha saputo cogliere alcune delle sfide ineludibili di questi 16 anni (la svolta sul nucleare, la crisi siriana, l'allontanamento - pur dopo la dolorosa e fallimentare gestione della crisi greca - dal rigore assoluto finanziario). Tuttavia, non si può dire che la Germania abbia svolto in questi anni un ruolo di traino dell'Europa verso ciò che lo scenario geopolitico e le ripetute crisi economiche e sanitarie richiedono da tempo. L'egemonia tedesca non è stata una leadership e, anzi, l'atteggiamento verso la Grecia e i paesi meno "virtuosi" ha nutrito per anni la propaganda anti-europea dei partiti e dei movimenti nazionalisti, di fatto creando - per contrasto - il fenomeno del sovranismo. Al tempo stesso, non era necessario attendere la crisi afghana per comprendere che l'alleanza strategica con gli Stati Uniti - certo mai in discussione - va completamente ridisegnata e che, come oggi tutti i commentatori riconoscono, non è più rimandabile una politica estera comune e la creazione di una forza di intervento europea. Queste sfide potevano essere colte già dall'era Obama e si sono clamorosamente palesate con Trump e consolidate con Biden. Il silenzio su questo tema geopolitico fondamentale ha pesato molto sulla percezione di una certa irrilevanza dell'Europa nel mondo, accentuando - invece che affrontando - la tendenza alla dispersione degli Stati europei sui differenti scenari globali. 

22/08/21

Modernità, valori, universalismo (Mordacci, De Monticelli)

“La libertà per le donne afghane e iraniane non è una cosa occidentale”, dice Azar Nafisi (autrice di Leggere Lolita a Teheran, 2003) oggi sul Corriere della Sera. Le fa eco Dacia Maraini, con un coraggiosissimo editoriale sullo stesso giornale: “A questo punto è assurdo continuare a parlare di valori occidentali. Quasi che la libertà sia una invenzione dei ricchi bianchi, mentre i popoli poveri amano e reclamano il totalitarismo, il ritorno alle pene corporali tipiche del medioevo (taglio della mano, escissione, lapidazione, taglio della testa, frustate, ecc). Dovremmo una volta per tutte riconoscere e asserire che i diritti civili, ovvero la libertà di parola, di pensiero, di movimento, non sono valori occidentali, ma universali.” Entrambe commentano la crescente reazione - in proteste di piazza, a viso scoperto, con le bandiere in mano - del popolo afghano, e in particolare delle donne, contro il regime talebano, i suoi rastrellamenti, le sue brutali esecuzioni. Queste persone, queste donne, mostrano un coraggio che non si può spiegare con una presunta acquiescenza a “valori occidentali”. 

16/08/21

L'Afghanistan e la connivenza dei relativisti (di Roberto Mordacci)

Non c’è dubbio che l’Occidente (chiamiamolo così) ha grandi responsabilità per ciò che sta accadendo in Afghanistan. E, al contempo, che grande preoccupazione e tristezza suscitano le assai probabili restrizioni e violazioni dei diritti umani che il regime talebano imporrà, soprattutto alle donne. Molte di queste ultime hanno avuto, in questi venti anni, la possibilità di studiare, di lavorare, di non subire oppressione e segregazione, di evitare la sorte delle spose bambine, di emanciparsi dal dominio maschile. Tutto questo sta per finire, ci dicono le loro testimonianze. 

Ora, una lezione da questo dobbiamo trarla. Sappiamo tutti che le operazioni in Afghanistan non miravano certo all’emancipazione delle donne. Sarebbe ingenuo o, peggio, ipocrita pensarlo. L’emancipazione è stata un effetto collaterale. Un effetto positivo, nonostante quel che ne pensino i talebani: possiamo o non possiamo dire che l’oppressione delle donne è universalmente ingiusta, ovunque e in qualunque modo si produca (inclusi certi subdoli modi “occidentali”, se volete)? L’oppressione è oggettivamente dal lato del male, è intrinsecamente ingiusta.